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Cap. 3 - Karakalpakstan? Mai sentito (prima parte)

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Bello! Ti racconto del plov e dei samsa di Nukus, in Karakalpakstan.

Quando ho parlato a Luca di The Street Foodie è partito in quarta. A causa di questo entusiasmo io non riesco a fargli capire che non ho la più pallida idea di dove sia il Karakalpakstan. E dire che ho un’incomprensibile e ingiustificata passione per lʼAsia Centrale. Kazakhstan? Si. So persino dov'è il Waziristan. Ma il Karakalpakstan no, zero, mai pervenuto.

Conoscendo Luca, poi, credo che mi stia prendendo per i fondelli. Il nostro rapporto si basa su pessime figure di cui ci siamo resi protagonisti presso comuni amici, cene abbondanti condite da molto vino (è lui che mi ha fatto provare lʼebbrezza di camminare ubriaco con le stampelle, qualcosa che vi prego di non provare a casa), la comune passione per John Coltrane e viaggi interminabili sulla sua Seicento alla ricerca di oratori salesiani sperduti nel Nord Est nei quali sentir suonare leggende del blues americano. In più Luca fa il giornalista, cosa che nella saggezza popolare lo accusa automaticamente di una attitudine tutta particolare verso la realtà. Scrive anche libri. Ha scritto Piove all’insù, che Goffredo Fofi ha definito il romanzo definitivo sugli anni ʼ70 (ma Luca dice che Andrea Pazienza ha fatto di meglio). Ha scritto Io sono il mercato per il quale ha intervistato uno dei più grandi narcotrafficanti del mondo. Ne ha scritti altri. E adesso sta lavorando ad un progetto sulle repubbliche ex-sovietiche. Questo spiega perché sia andato nel Karakalpakstan. Più precisamente a Nukus. Quello che non si spiega è perché ne sia così entusiasta.

Nukus è un posto incredibile. C’è un museo di arte sovietica secondo come importanza solo all’Hermitage e addirittura più importante se si tratta di arte del diciottesimo e diciannovesimo secolo.

Davvero? Io sono sempre scettico.

Giuro. Era la casa di un archeologo che ha raccolto tutta quella collezione di dipinti per cercare di salvarla dalla distruzione dei compagni non così amanti dell'arte. Quando lui è morto, è diventato un museo di stato. E siccome pensavano non fosse abbastanza, hanno pensato bene di espanderlo e fare delle sezioni di antropologia e etnologia e chissà cos’altro. Così adesso ci trovi anche una sfinge egizia che c'entra come un Inuit in Senegal, due canoe di imprecisata provenienza e altra paccottaglia. E tutti quei quadri magnifici non hanno spazio, per cui ne vengono esposti sessanta al mese. Mi immagino un appassionato d’arte di fronte alla prospettiva di mesi di permanenza a Nukus per poter vedere tutti i quadri.

Prendo appunti ma continuo a guardarlo attentamente, cercando di trovare un segno dello scherzo enorme, di quelli da Conte Mascetti.

E comunque a Nukus ho trovato quello che secondo me è il posto più buono in cui mangiare di tutta l’Asia Centrale.

Come in tutti i paesi in cui il cibo non abbonda, mangiare in Uzbekistan diventa sempre un po’ il cuore del viaggio. Soprattutto se hai voglia di infilarti in qualche ristorante dall’aria inavvicinabile, meglio se pieno di loschi figuri. Anche questo abbiamo in comune io e Luca. E a Nukus questo posto è una chaikhana, una sala da té. Ma come in tutte le sale da té Uzbeke ti servono anche da mangiare. Trovarla non è semplicissimo. Bisogna andare sul retro del Museo Statale di Arte della Repubblica del Karakalpakstan, dove c’è il parco dei divertimenti.

È uno di quei parchi divertimenti tipici sovietici. Colorato - ma non troppo - e immobile. C’è sempre un omino che si avvicina se pensa che tu sia interessato e si offre di metterlo in funzione. Io sono salito sulla ruota. Ero da solo e devo dire che è una di quelle esperienze da non fare. Come la tua con le stampelle. Appena la ruota parte, cominci a chiederti quanto tempo fa sia salito l’ultimo essere umano e a quando risalga l’ultima manutenzione.

Scusa ma perché ci sei salito? Si vede, no, che non viene usato spesso? gli dico.

Si ma volevo vedere Nukus dall’alto.

E cosa c’è?

Niente.

Comunque, sul retro del parco c’è una viuzza costeggiata da alberi storti e proprio di fronte all’ingresso posteriore del parco c’è un portichetto con un colonnato rosso e due finestrelle. C’è anche un tavolino stinto e due sedie sulle quali sembra nessuno si sia mai seduto. Un cartello minuscolo dice "Chaikhana". Entrando hai la netta sensazione di rompere i coglioni. Ti sembra di esserti infilato in casa di questa famiglia con 2 figlie grandi e belle, truccate che sembra che stiano per uscire - ma sembra sempre che stiano per uscire - una madre incazzata con le figlie e il marito che subisce queste tre donne e ti serve prendendole in giro e cercando di trovare in te un alleato. Dalla sala intravedi la cucina e i pentoloni. E questo in Asia Centrale è di solito un buon segno.

La prima volta ho mangiato questo plov buonissimo. Il riso era morbido, grassissimo, come è normale per un riso cotto in un brodo fatto col grasso di coda di pecora. La carne di montone si scioglieva in bocca e il misto di pepe rosso, aglio, cipolla e aneto ne facevano qualcosa di paradisiaco. 

Improvvisamente mi trovo ad osservare Luca, perplesso, e lui a guardare un punto indefinito, sognante.Per due minuti. Poi torna in sè.

Credo sia il miglior ristorante in Uzbekistan. No, come ho detto prima, in tutta l’Asia Centrale. Sono tornato qualche giorno dopo. Poi sono tornato ogni giorno. E la cosa più buona che abbia mangiato dopo il plov, sono stati i samsa.

Ma prima ti racconto delle altre bellezze di Nukus.


The Street Foodie ritorna il primo gennaio, per festeggiare il nuovo anno con la seconda parte della chiacchierata con Luca, in cui si sveleranno i samsa, gli spiedini, il mistero di Michele Placido e l’esistenza del Karakalpakstan.

Se volete provare il plov cercate la chaikana sul retro del parco dei divertimenti di Nukus.

Tutti libri di Luca Rastello invece, li trovate qui.

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I Capitoli

  • Cap. 3 - Karakalpakstan? Mai sentito (prima parte)
  • Cap. 2 - Cozze a Istanbul
  • Cap. 1 - No Problem, Ahmedabad
  • Intro - Nostra Signora del Carrello