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Cap. 10 - Rock’n Roll Dim Sum

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Le leggende urbane esistono. Ogni città ha le sue.

Alcune, come quella del coccodrillo bianco nelle fogne di New York, sono credibili quanto la possibile esistenza delle Tartarughe Ninja. Altre sono coltivate con cura per mantenere intatta la poesia e il mistero del luogo, come l’obelisco di Piazza Statuto a Torino che, pur essendo un punto d’incontro di homeless, continua ad essere considerato il vertice in cui si incontrano il triangolo della magia bianca e quello della magia nera.

Una delle leggende urbane che io coltivo di Milano è che sia il posto in Italia in cui il pesce è migliore, perché è il posto dove tutto il pesce italiano converge per i controlli sanitari. Non ricordo chi mi avesse detto questa cosa. Mi ricordo che era una risposta al mio interrogativo sul perché a Milano ci fossero così tanti ristoranti di sushi, moda a parte.

Il chioschetto in Piazza XXIV Maggio non lo vende soltanto, il pesce. Lo frigge anche e te lo puoi mangiare guardando gli sciroccati e gli hipster che vanno verso il Naviglio. Sarà una leggenda metropolitana, però il pesce lì è buonissimo, a dispetto del traffico e dei sacchetti di plastica nella Darsena. Per questo ci siamo dati appuntamento lì, con Filippo. Ma finiamo a mangiare una pizza - una pizza normalissima. Perché diavolo il posto dei pescetti fritti qui in Darsena è chiuso il mercoledì?

Filippo gentilmente non mi fa pesare la cosa.

Le leggende urbane sono fantastiche per capire qualcosa delle persone e della loro vita - dice mentre ci arriva la prima birra - come i pescatori dell’Amazzonia peruviana, che sostengono che i delfini rosa d’acqua dolce rapiscano le mogli.

I delfini rosa d’acqua dolce sembrano già di per sé una leggenda urbana. Invece esistono, sono rarissimi, ed essendo parecchio pigri - come tutte le specie molto intelligenti - pescano direttamente il cibo dalle reti dei pescatori. Rompendo le reti, rubando il frutto del loro lavoro. Per questo i pescatori li uccidono, continua Filippo. Ma dicono di farlo perché i delfini sono considerati responsabili del rapimento delle donne dei villaggi.

Un'altra leggenda urbana in cui mi sono imbattuto durante i miei viaggi è quella per cui le donne del Malawi credono che le grida durante il parto svelino che il padre del bambino che sta per nascere non è il marito. Per questo soffrono in maniera incredibile in totale silenzio.

Filippo fa il fotografo. Ha pubblicato un sacco di lavori sugli argomenti più disparati. La moda. La recessione. Il disboscamento amazzonico. Il taglio è quello del reportage, l’occhio è quello di chi si appassiona alle tante storie piccole che costituiscono quelle grandi, ma alle quali viene prestata poca attenzione. Ricordo che una delle prime volte che ci siamo incontrati, sarà stato dieci anni fa, mi aveva mostrato delle foto di un suo lavoro sulla scena Rock di Pechino.

Quelle foto mi avevano colpito. Perché la leggenda metropolitana del Rock è che il rituale sia ovunque energia animale e totale comunione. Sudore e alcool e estasi. Le immagini di Filippo raccontavano invece di un Rock quasi distante quanto la Pechino in cui tutto stava accadendo. Occhi chiusi e concentrazione assoluta. Un rituale interiore e linfatico, privo di manifestazioni fisiche che non fossero gli accordi o i gesti per togliersi i capelli dagli occhi dei chitarristi.

L’idea me l’aveva data questo libro, "Ragazza di Pechino" scritto da una ragazza di Pechino che si chiama Chun Shu. È un romanzo di formazione, in un certo senso, che racconta la luce d’inverno a Pechino, gialla e quasi palpabile, della difficoltà di innamorarsi e della facilità di perdere la verginità, di quanti pochi soldi ci siano e di quanto si ami il rock’n roll. E allora ho deciso di andare a cercarli, questi concerti rock.

E li hai trovati.

Sì, anche se con difficoltà. La prima sera sono andato insieme a un amico a cercare questo posto, lo Yaohun, dove Chun Shu racconta di aver visto i suoi concerti più belli, dove ha creduto di essersi innamorata. Ci è voluto un viaggio di un’ora e mezza in taxi per la periferia di Pechino, con il taxista che ci diceva cose poco carine che non capivamo se non per il tono. Alla fine abbiamo trovato il posto, siamo entrati e non siamo passati proprio inosservati. Ci guardavano come due marziani.

La scena era abbastanza straniante, a guardarla pensando al classico concerto rock come lo intendiamo noi. Tutti erano immobili, intartarughiti nei cappotti per il freddo polare - era pieno inverno, fuori la temperatura era di parecchio sotto lo zero e nel locale non c’era traccia di riscaldamento. Nessuno beveva perché bere costa e i giovani di Pechino generalmente non sono proprio pieni di soldi. Ricordo il primo gruppo, i 21gr. Working Group, una band a voce femminile intensa e dolcissima. Il sound è un miscuglio di Rock duro e acqua e vento campionati. Cinque o sei pezzi uno dietro l’altro originali, affascinanti e un po’ acerbi.

Mi ha colpito questo loro rapporto con la musica. L’ho visto privo di quell’ emotività urlata tipica nostra. Spiega molto del rapporto con le emozioni che hanno.  In un certo senso rende anche più comprensibile l’assenza esteriore di tragedia con cui le famiglie di Pechino lasciano gli hutong, le case tradizionali, su cui all’improvviso un giorno è comparso l’ideogramma “chai”, demolire. Non si tratta solo di soffocare manifestazioni esteriori per timore delle conseguenze. La dimensione emotiva orientale è molto personale e riservata.

L’esperienza è stata così intensa, mi dice Filippo, che è difficile collegare il cibo. Non ricorda cosa ha mangiato di preciso, per quanto lui ami scoprire le tradizioni gastronomiche dei posti che visita. Cucina tradizionale pechinese. Ma nello specifico? Buio.

Lì era la musica. Ci sono stati altri viaggi in cui il cibo ha avuto uno spazio molto più ampio. In Amazzonia per esempio, ho vissuto una settimana nella foresta con questo cacciatore e con la sua famiglia. Ogni sera partivamo a caccia, lui con una carabina vecchissima da caricare a un proiettile per volta. Il rischio era sempre quello di tornare a mani vuote. Ma alla fine riusciva sempre a prendere qualcosa. Ovviamente in una situazione di convivenza così stretta, il cibo ha assunto un ruolo molto più importante.

Ok, va bene. Ma basta relativizzare. Voglio l’assoluto. Il piatto migliore nel contesto migliore. No second chance.

La Moqueca, lo stufato di pesce e crostacei che ho mangiato a Bahia. Sarà perché avevo appena letto il ricettario di Amado, libro in cui ricorre più volte. Però scelgo questo.

Ci salutiamo. Do un’ultima occhiata feroce al Fish Point, delusione estrema perché chiuso. Sarebbe stato meglio questo incontro con i pescetti fritti, una Beck’s che si riscalda lentamente e il traffico di giovani creativi in pista verso i Navigli? Forse sì, ma solo perché a un racconto così ricco uno vuole legare un piatto altrettanto buono.

E mentre torno a casa ripenso al rock, al cibo e a Anthony Bourdain quando racconta che a fine serata pulendo le postazioni in cucina, mettevano su una cassetta con i Ramones, i Dead Boys e tutto il punk newyorchese degli anni 70. Chissà se da qualche parte, a Pechino, un cuoco sta ascoltando i 21gr. Working Group pulendo la cucina ad occhi chiusi.


Tanti dei lavori fotografici fatti da Filippo li potete trovare qui in attesa che il restyling del suo sito www.filippomutani.com sia terminato.

In particolare il reportage sul rock a Pechino lo trovate qui.

Un ringraziamento particolare anche questa volta va a Cristina, che pur arrivata da poco a New York, non si è lasciata sommergere dal carico di cose da fare che quella città offre ed è riuscita a produrre in tempo l'illustrazione, bella come al solito.

Se volete il pesce fritto del Fish Point di Piazza 24 Maggio a Milano  - il numero civico non c’è, ma è di fronte alla Darsena - ricordate di non andarci di mercoledì.


Ci vediamo il primo di agosto.

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