Cacchio, ho iniziato questo pezzo cinquanta volte.
Ma ogni volta ho trovato qualcosa di più importante da fare, perché alla fine non ho tanta voglia di scriverlo. E
mentre arrotolo con cura la prolunga da mettere in uno degli scatoloni
(qualcosa che, hey, non poteva assolutamente essere rimandato) penso che vorrei
essere uno di quei cantanti soul con il vibrato facile per rendere il tutto un
po’ più emotivo. Ma alla fine non me ne sto andando su un Midnight Train to
Georgia. Non sto neanche Leaving
New York, per quanto altrettanto never
easy.
Alla fine sto solo lasciando Milano, no? Un posto la cui definizione migliore mi è stata data da Paolo, nato e cresciuto al Giambellino, alla fine di una cena. Io gli raccontavo di questo ennesimo spostamento e le mie impressioni sulla città. Lui mi ha detto che Milano oggi gli ricorda una di quelle donne che si capisce che sono state belle, ma che hanno concesso i loro favori all’uomo sbagliato qualche volta di troppo. Forse è così. Forse l’Expo – sempre che ci si arrivi in tempo perché i lavori non sono ancora cominciati – non aiuterà neanche un po’.
Milano è la città che metà Italia
non sopporta e metà Italia continua a considerare l’unica vera metropoli. Nessuna
delle due reazioni è completamente giusta. Certo, Balotelli che spara con una
scacciacani in Piazza Repubblica non aiuta ad averne la giusta percezione.
Neanche la sensazionale rivelazione che nelle disco trendy dove ci sono le
modelle e dove i Cayenne fanno la figura dei taxi ci sia la coca, davvero
incredibile. Milano va grattata, bisogna lasciare da parte queste cose e girare
ai margini. E allora si scopre qualcosa di diverso.
Io ho trovato casa al margine della zona Navigli, dove il 4 passa in direzione dei casermoni di Gratosoglio. La via è stretta e silenziosa, tranne quando alle otto e quaranta del mattino il camion della raccolta rifiuti blocca il traffico e nessuno passa a distribuire il Tavor agli automobilisti in coda.
Ci sono stati il signor Carmelo con la sua latteria e Mario il verduriere che le volte in cui mi ha preso la gana di cucinare mi ha consigliato le verdure migliori della sua offerta. Ho avuto un terrazzino sul quale bermi una birra al ritorno a casa e godermi le gesta della Famiglia Cancro Al Colon, nucleo di quattro persone che risiedono nella casa di fronte, munite di un terrazzo enorme sul quale – giuro, da metà aprile a metà ottobre per tre anni – hanno preparato carne alla brace almeno due volte la settimana. Qualche volta è stato anche bello vedere le fiamme alzarsi dal loro barbecue. Qualche volta, soprattutto per la loro incapacità di mantenere un tono di voce urbano, è stato bello immaginare che le fiamme cominciassero a lambire il pergolato che ombreggiava il tavolo e tutto l’alloggio si trasformasse in una splendente opera pirotecnica. Loro salvi, ma privati della voce dal trauma. Non è mai successo, e per quanto paradossale possa sembrare, forse un po’ mi mancheranno anche loro.
Nel frattempo la Braga mi ha insegnato qualche parola di milanese, Matteo mi ha fatto leggere la biografia di Epaminonda, ho scoperto dov’era il circolo anarchico Scaldasole in cui andava Pinelli e ho usato qualche espressione locale di troppo durante i miei rientri a Torino – cosa che mi ha reso oggetto di lazzi infiniti, vista la rivalità tra le due città.
Il primo posto che mi mancherà è il ristorante Konoka. Si è vero, è sushi e contraddice quanto appena detto qui sopra. Però è il primo per due ragioni: la prima è che ci siamo stati alcune volte a cena con il Maestro Lazzaroni e la mattina dopo il sake ha reso difficile raggiungere indenni i rispettivi uffici, sintomo classico di una cena riuscita. La seconda ragione è che il cibo era ottimo e nessuno ti attendeva alla cassa con un mazzuolo per tramortirti. E questo ha fatto sì che il Konoka sia stato decine di volte il vero alter ego del mio frigorifero Kalahari-style.
Il secondo posto è Mauro il Bolognese. Zona Navigli. Ci sono andato spesso con Seb, quando le sue origini franco-bolognesi, necessitavano di una conferma. Una cucina più che altro invernale con il suo gnocco fritto e i suoi tortellini. Le tagliatelle e i tortellini erano sempre appena fatti, e anche chi non ci crede si deve arrendere all’evidenza, visto che la tenda sul retro è spesso aperta. L’unico rimpianto è non essere mai riuscito a guardare tutti i tovaglioli appesi al muro disegnati dagli ospiti celebri. Ma forse non è così importante.
Terzo posto: Il Vecchio Aratro. Mi ci ha portato la prima volta la Ross insieme ad alcune delle persone che più mi dispiace lasciare, quindi i credits vanno a lei. È lontanissimo da dove ho vissuto e anche da dove ho lavorato, oltre la metro Turro, per cui se vi prendesse la voglia di andare preparate il passaporto o almeno uno zainetto con un panino al prosciutto e il Billy. Perché è una vera e propria gita fuori porta. Però era buono, soprattutto le pappardelle con la lepre e i fiori di zucca ripieni di formaggio. Grazie, Ross.
Il quinto posto è il Fish Point, il chiosco del pesce nel centro di Piazza XXIV Maggio, quello di cui ho parlato nel post precedente. Filippo, se hai voglia, provalo. Magari non di mercoledì sera.
Al settimo posto c’è il Ristorante Bharat di via Gola. È proprio di fianco al Nidaba, minuscolo club di blues in cui ci siamo goduti più di un concerto con Raimundo. Da Bharat si mangia indiano, si mangia bene e si esce che si puzza di fritto che non si capisce. E poi c’è Mister Faroukh, molto gentile e sempre disponibile a fare due chiacchiere. Che non va mai male.
Io ho sempre vissuto a sud-est, quindi a nord-ovest è stato più difficile esplorare senza un cicerone. E quella è la zona dove c’è Chinatown. Per fortuna una volta la Cate mi ha portato vicino a casa sua, alla trattoria Jubin, in Paolo Sarpi. Ottavo posto. Eravamo solo io e lei, era estate e c’erano millemila gradi, e di fianco a noi c’era una tavolata rotonda di cinesi che sembrava di essere in un vecchio film di John Woo. Ho mangiato le lingue di anatra affumicate. Ho mangiato il granchio stufato allo zenzero. Ho bevuto poco perché la Cate aveva fatto un fioretto e non toccava alcool.
Al nono posto c’è la California Bakery. È vero che è una roba trendy e che bisogna prenotare e la folla del brunch di sabato è roba da machete. Ma è l’unico posto che io conosca in Italia in cui si trovano le bagel, e ogni volta che mi è venuta la nostalgia di NY la California Bakery era lì. E se anche per una newyorchese born and raised come Tee è stato così, vuol dire che non è tanto strano.
Al decimo posto c’è la pizzeria Fiorentina di Viale Bligny. Fa la pizza spessa, molto spessa. La fa al trancio e la fa in due dimensioni: normale, che di normale ha solo gli ingredienti, e abbondante, che richiede un paio d’ore di ferie per essere finita. E anche la farinata è buonissima.
C’è ancora un posto che merita una menzione. Una menzione fuori classifica perché il cibo non è niente di speciale, quindi basta anche andare a prendersi una birra. È il circolo Arci Bellezza, in zona Bocconi-Parco Ravizza. Ci abbiamo cenato spesso con Silvia – e Bruno anche se abita lì dietro non è mai venuto – perché alla fine era meno sbattimento andare lì che non fare la spesa e cucinare. Però in primavera il cortile è bello e la gente è rilassata e anche se trovare un tavolo a volte è un casino, l’atmosfera del posto fa sì che a nessuno venga un embolo, miracolo a Milano.
So benissimo che a Roma ne troverò
altri mille di posti di cui scriverò con sguardo sognante il giorno in cui me
ne andrò. Però oggi vorrei un frigorifero a 10 scompartimenti, e portarmi via
un po' di tutto quello che ho assaggiato qui, una specie di comfort doggy bag
per i primi giorni a Roma. Ma queste cose di Milano mi mancheranno. You might have laughed, if I told
you.
Le coordinate dei posti di
questo capitolo più o meno ci sono, per il resto Google fa un ottimo lavoro. Io
continuo a mettere roba negli scatoloni. Per il prossimo capitolo, ci vediamo
il primo di settembre.
perfetto...adesso ho altri posti da scoprire a milano! grazie.
Posted by: Alessandra (ciupa) | 03 August 2010 at 09:54 AM
Azz, troppi posti sconosciuti. Dovrò farci un salto..
Posted by: Iamlorenzob | 04 August 2010 at 10:54 AM
Nessuno mi toglierà mai dalla testa che tu sia uno dei migliori parolieri, anzi parolieri-culinari, della rete. Mi commuovi sempre soprattutto quando parli di Milano, che è mia anche se non sono di Milano e tutto il resto, e ancora di più quando parli delle viuzze navigliose perchè sono il primo posto che ho amato non solo di questa città ma di tutto il mondo.
Buon viaggio, buon resto =)
Posted by: Cey | 18 August 2010 at 07:12 PM