Riguardare appunti presi in viaggio fa uno strano effetto, quando raccontano qualcosa di un altro paese nelle cui vicende, ad esserne capaci, si sarebbero potuti leggere segni premonitori di quello che sarebbe successo poco dopo a casa propria.
Qualche mese fa Salonicco, la capitale della Macedonia greca era in fiamme, la rabbia della gente impotente di fronte ad uno stato che sembrava sul baratro del fallimento. Niente più soldi per la previdenza né per la sanità, tagli e invocazioni all’austerità e al rigore da parte del primo ministro di turno, incomprensibile per me ma pietosamente familiare nel suo apparire di fronte al parlamento per cercare di convincere tutti che fosse giunto il momento di fare sacrifici per il bene comune.
E gli appunti fanno ancora più effetto adesso qui a Roma, mentre proprio sotto casa si srotola l’ennesima manifestazione di studenti, la rabbia di chi ancora una volta vede la scuola saccheggiata ma la commessa per l’acquisto di 131 cacciabombardieri F35 approvata. Italiani e greci. Proprio una faza una raza, come sosteneva il tenente Lorusso in quel film di qualche anno fa che ebbe parecchio successo. Un po’ quello che mi aveva detto Dimitrio, al tavolo di un ristorante sperduto tra le colline dell’estremo nord della Tracia un paio di mesi prima.
Camminando per Salonicco, pochi giorni dopo quelle manifestazioni, sembrava che niente fosse cambiato, le splendide ragazze della città che ancheggiavano lungo la Egnatias mentre i ragazzi le commentavano bevendo dai tavolini di design l’ennesimo caffè freddo macchiato. Era come essere in una città italiana – l’attenzione alla moda, il gusto per lo struscio, il piacere del restare fuori con gli amici – se non fosse stato per i caratteri delle insegne dei negozi, caratteri presenti in una memoria atavica ma dei quali il cervello non riusciva proprio a ricomporre le linee, che sembravano essersi fuse come la plastica fino a mantenere solo un accenno di ciò che erano in origine.
Sembrava l’Italia anche per alcuni piccoli dettagli, di quelli che saltano all’occhio solo se si ha voglia di fare polemica. Lo shopping sfrenato. L’enorme numero di auto nuove e di grossa cilindrata che ingolfavano il traffico o ferme davanti ai caffè. Sembrava tutto a posto. L’unico segno di ciò che stava succedendo erano i negozi chiusi. Molti di più ed in posizioni molto più centrali dell’ultima volta in cui ero passato da qui, meno di un anno prima. A capire di più la lingua si sarebbe potuto scavare, magari mettersi a parlare con qualcuno degli anarchici che stazionano perennemente sulla Aristotelous di fronte ai chioschi di Gyros che sfrigolano. Ma discorsi di questo genere mediati da un’altra lingua risultano sempre difficili, fraintendibili, privi di quelle sfumature che sono necessarie a non generalizzare.
Alla fine non avevo chiesto niente, e dopo essermi goduto qualche giorno nella Salonicco rovente e trafficata, dopo essere sceso dal Kastro alla White Tower, attraverso tutta la città vecchia fino ad arrivare al porto, dopo essermi goduto la vittoria del PAOK sul Fenerbahçe fuori da una taverna all’una di notte ed essermi svegliato la mattina dopo con il cerchio alla testa tipico dello tzipouro, ero partito verso la Tracia, direzione: confine turco. Per una volta avevo esaurito la voglia di polemizzare e volevo solo vedere reperti storici, divorare mezedes e lasciare che le giornate passassero al ritmo immobile di quei posti.
Avevo letto di questi tumuli del periodo del ferro scoperti solo pochi anni prima in un posto chiamato Megali Doxipara, quasi al confine con la Bulgaria. E una fortunata coincidenza voleva che da quelle parti, zone montagnose e di caccia, ci fosse anche Evrothirama un ristorante rinomato per la sua cacciagione. Cinghiale, cervo, fagiani persino, sembravano essere i piatti forti del menu. Due ottime ragioni per inerpicarsi lungo quelle stradine. Anzi. La prima un’ottima scusa per la seconda.
Il tragitto verso Pedalofos era stato infinito. Negli otto chilometri che separavano il paese da Komara, quello precedente, devo aver sbagliato strada almeno quindici volte. La cartina Touring non contemplava la zona in cui ero, quasi a far pensare a scenari da guerra fredda, del genere “mai mappata perché strategicamente fondamentale durante un possibile conflitto con i Turchi”. Totalmente assente, punto. Tutto quello su cui potevo fare affidamento, per orientarmi, era una cartina grossa come un A4. Il panorama era davvero splendido, una via di mezzo tra le colline del Chianti e i campi di girasole ritratti nelle scene finali di Ogni cosa è illuminata. Ma il panorama splendido non poteva nascondere per sempre il fatto che, probabilmente, mi ero perso. E ovviamente, non c’era un’anima a cui chiedere.
Alla fine ero arrivato in paese solo per scoprire che il ristorante era tre chilometri più fuori. E una volta arrivato al ristorante, altrettanto ovviamente, nessuno parlava inglese. E il greco appreso nel corso dei ripetuti soggiorni onestamente non comprendeva ancora termini come fagiano, cinghiale o vino rosso fermo.
Era stato Dimitrio a darmi una mano. Era seduto in un tavolo poco distante con un amico e aveva capito la situazione. Parlava inglese, e grazie a lui avevo trovato un tavolo, avevo potuto ordinare ed ero persino riuscito ad avere tutto quello che volevo. Tzatziki e melitzane saladas di antipasto. Un assaggio di cervo e uno di cinghiale, assaggi che, date le porzioni di queste parti, corrispondevano a un pasto completo. Vino rosso fermo, di quello aspro e spesso che fanno da queste parti. Alla fine la signora del ristorante mi aveva portato il caffè e mi aveva fatto intendere che aveva voluto offrirlo Dimitrio.
A quel punto era stato quasi automatico invitarlo al mio tavolo per offrire a lui e al suo amico uno tzipouro, una specie di acquavite di anice da 40° che qui bevono in ogni occasione. Ed è stato così che ho scoperto che Dimitrio parlava perfettamente l’italiano. Aveva studiato in Italia, prima a Camerino e poi a Taormina, si era laureato in farmacia e poi era tornato a casa, tra queste colline.
Tornare qui dopo i cinque anni in Italia è stato un vero shock culturale. Riprendere i ritmi lenti di queste parti non è stato facile. All’inizio pensavo proprio di non farcela. Ma alla fine era quello che volevo: tornare a lavorare nel mio paese. Non ho mai pensato di restare in Italia per quanto ci stessi bene.
Perché sono venuto in Italia? Perché qui per diventare farmacista hai bisogno di un periodo di tirocinio. Ma i posti sono tutti pieni. C’è gente che aspetta anche quattro o cinque anni per riuscire a cominciare. Ma anche i medici, o gli avvocati, se la passano allo stesso modo.
I nostri genitori volevano arricchirsi dopo anni di povertà. E non hanno pensato al futuro. Ci hanno spinto a fare il medico o l’avvocato perché erano quei mestieri che sono stati considerati sicuri. Posti certi, per i quali bastava studiare e il benessere sarebbe arrivato. Il risultato? Oggi in Grecia ci sono 45mila tra medici e avvocati. Non si riesce a fare tirocinio, e la gente va a studiare fuori.
Dimitrio è arrabbiato. Di quella rabbia lubrificata dal panorama, dal pranzo fantastico e dallo tzipouro. Senza che gli chieda nulla di ciò che sta succedendo nel paese, lui lo racconta, la faccia che sputa frustrazione.
Che paese ci ha lasciato la generazione precedente? Oggi in Grecia abbiamo un milione e duecentomila impiegati statali. Un milione di disoccupati. E sai quanti siamo in tutto? Circa undici milioni. Però hai visto le strade di Salonicco. C’è gente che anche se guida un SUV dichiara meno di diecimila euro all’anno. E così prende anche il sussidio di disoccupazione.
Non ho risposte. Mi chiedo se lo stare ai margini aiuti la lucidità o amplifichi la sensazione di abbandono. E allora gli domando se ogni tanto non gli manchi la vita un po’ più frenetica di città più grandi.
Sì, ma quando ho voglia ho tutto a portata di mano. In tre ore sono a Istanbul, in un’ora e mezza sono a Sofia. Se voglio la grande città ci vado senza problemi. Però alla fine qui sto bene. È casa, qui tutte le novità di Atene arrivano molto più lentamente. C’è più tempo per decidere se sono positive o no.
Questo discorso un mi spaventava, perché aveva dentro il germe autarchico del rifiuto. Ma sulle altre cose quanto erano simili all’Italia le condizioni? Mi guardavo intorno. Da un lato le colline, dall’altro i boschi che dividevano dalla Bulgaria, a solo mezz’ora di macchina. Quel mondo di scontri e tensioni sembrava finto, a parlarne lì in mezzo, un racconto cyberpunk di Philip Dick.
Ora, due mesi dopo rimettendo a posto gli appunti sono quei panorami a sembrare una fantasia agreste, mentre sotto casa gli studenti si avvolgono nelle onnipresenti kefiah e agitano cartelli con la Gelmini raffigurata come Beata Ignoranza.
E come ogni mattina aprendo il giornale ripenso alle parole con cui Dimitrio mi ha congedato. Resterà tutto così? Non credo. Io credo che entro tre mesi succederà qualcosa. Forse da Atene partirà la rivoluzione. È passato un mese e mezzo dalla nostra chiacchierata. L’orologio ticchetta. Aspettiamo.
C'è voluto più tempo per questo capitolo. Il trasloco, alcune disavventure tecnologiche ma anche la volontà di dare un taglio un po' diverso ai pezzi. Chissà se vi andrà bene, noi speriamo di sì.
Se mai voleste inerpicarvi fino a Pentalofos, cercate il ristorante Evrothirama. E se volete cercare Dimitrio, è il farmacista del paese.
Grazie, se mai bastasse, a Cristina. Perché nel suo portfolio di supereroe questa volta ha messo anche una battaglia con un'intossicazione alimentare. E neanche quella è bastata a fermarla.
Il quattordicesimo capitolo arriverà puntuale, il primo novembre. I promise.
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