Il ristorante di cucina ayurvedica è un rifugio di silenzio che stupisce, nel centro del traffico romano. Evoca la spiritualità dell’India a due passi da Piazza Del Gesù, sede storica della DC e della sua religione da elezioni. Che se uno volesse trovare dei segni a tutti i costi, questo sarebbe il primo, perché tutto questo incontro, alla fine, si rivela un esercizio di equilibrio.
Saba è perennemente in bilico tra ingredienti all'apparenza inconciliabili. Ha recitato nella fiction La Squadra ma ha lavorato per la Manifesto Libri. Sul palco è colorata come Fela Kuti, ma quando la incontro è austera come Naomi Klein. Esplora la sua parte africana ma cucina pasta e risotti, perché non riesce a venire a patti con le sue tradizioni gastronomiche.
Lo so, questo dettaglio è un po’ imbarazzante per me che indago così sulle mie origini dice ridendo.
È minuta, ma cammina con passi lunghi due metri, facendo spostare i turisti che ingolfano la strada senza sfiorarli. E appena ci sediamo a tavola mi racconta di come sia stato difficile il mese e mezzo passato in Etiopia per registrare il nuovo disco.
Non riesco proprio a digerire la maggior parte dei piatti tradizionali. Non so cosa sia, forse ho passato troppo tempo altrove e non ho più gli enzimi per assimilare certe cose, ma non ce la faccio. E pensare che mia sorella adora mangiare quelle ricette. È un peccato, perché ovviamente la sento proprio come una parte che manca.
Saba aveva cinque anni quando è arrivata in Italia dalla Mogadishu caduta in mano a Siad Barre. E dopo qualche anno pubblica Jidka, il suo primo disco. Jidka è la linea, in somalo, la linea che separa i diversi, quelli che si uniscono in matrimonio contro tutti, come i miei genitori, la linea che divide l’Etiopia dalla Somalia, a causa della quale ci sono ancora oggi problemi di confine. È la linea su cui nascono le paure e che bisogna avere la forza di attraversare spiegava in un’intervista, qualche tempo fa.
Bisogna averne la forza senz’altro. Ma bisogna averne anche l’energia, ché non è mica facile tenere vive tutte queste anime, no? Uno torna a casa alla sera e rischia sempre di averne lasciato un pezzo da qualche parte. Anche questa è una questione di digestione, in un certo senso.
Sono bene allenata perché da quando sono all’Università che mi nutro di ingredienti che sembrano fare a pugni. Davo gli esami, poi saltavo sull’aereo per andare in Francia, dove un singolo di dance sul quale avevo cantato aveva avuto un certo successo, facevo le mie serate e poi tornavo ad essere una studentessa qualsiasi.
Un singolo dance?
Saba ride. In realtà più di uno, ma è un pezzo della mia vita che tendo a non raccontare. Perché già all’epoca sapevo che non era quello che volevo essere. Mi serviva per pagarmi l’università ma a livello artistico sapevo che anni dopo non mi avrebbe rappresentato. Ma non ti dirò mai sotto quale nome ho registrato queste cose.
Ok. The Street Foodie non vuole certo il posto di Woodward e Bernstein. Però è interessante questo, perché molti sono convinti che Jidka sia la tua prima esperienza discografica.
Beh lo è nel senso che è il punto di equilibrio, è il primo lavoro in cui mi sono esposta in prima persona, il primo in cui mi riconosco parecchio.
L’arrivo dei piatti interrompe la discussione. Ma anche il cibo si rivela una questione di equilibri, quasi a non volersi distinguere dal resto di questo incontro.
Non conoscevo la cucina ayurvedica, mi sorprende per le sue sfumature. È rarefatta, dilatata, come l’atmosfera di questo posto. I gusti forti delle spezie sembrano essere stati distillati. L’India è una presenza discreta, come un cameriere attento alle tue richieste ma che non ti chiede ogni tre minuti se va tutto bene. Mentre iniziamo a mangiare, penso all'accoglienza riservata al suo disco.
Ovviamente, le dico, siccome tu ti ci riconosci in pieno, altri fanno fatica a catalogarlo. Certi suoni sono troppo patinati per quelli che “world music è solo se la registrazione è stata effettuata nel deserto, senza luce e bevendo dalle pozzanghere con la cannuccia depurante”. E chi ama Rihanna forse viene disorientato dal suono del masinko (una specie di violino a una corda) e certe consonanti gutturali della lingua amarica.
È un po’ come questa zuppa che ci è appena arrivato. Non è indiano per uno nato a Delhi ma non è cucina italiana per chi vive qui. È una sintesi di qualcosa che è diventato qualcos’altro. È la mia idea di World Music. La musica somala e quella etiope sono parte della storia della mia famiglia. Ma io, che sono cresciuta in Italia negli anni 80, come faccio a non portarmi dietro anche il pop elettronico?
Sorrido, ripensando ad un disco intitolato Zambian Hits Of The 80s. Un ping pong straordinario: i pezzi avevano le classiche melodie quasi caraibiche dell’Africa Occidentale, ma era come se fossero stati arrangiati dai Depeche Mode. Era chiaro che nello Zambia avessero sentito quello che andava in Europa e che volessero farne parte. Ma Zambian Hits è considerato un disco di world music tout-court, pur con quegli elementi estranei.
Comunque alla fine la tua ricetta di sintesi è stata premiata. Il tuo secondo lavoro, Biyo, a ottobre è entrato nella Top 20 della European Chart Of World Music. Registrato nei tuoi luoghi d’origine, con musicisti locali. Un disco più “tradizionale”, se non altro in termini di assorbimento di ispirazione. E mi sembra ironico che, di tutta la tua ricerca di un equilibrio di identità, venga premiato il lavoro che uno potrebbe pensare come il più univoco.
Ma non lo è affatto! Non è un disco di radici. È la celebrazione della loro complessità e ricchezza, in barba ai puristi. Per questo sono ancora più orgogliosa del risultato.
Raggiungere il punto di equilibrio però non significa aver raggiunto la meta. C’è sempre modo di rimescolare le dosi. E siccome la sua eredità africana materna fa i conti quotidianamente con il lascito coloniale del padre, Saba ha deciso di non lasciare inesplorato neanche quel conflitto.
Diciamo che ho trovato un’ennesima lente attraverso cui cercare di leggere una parte della mia storia. Sto lavorando con un amico a un progetto teatrale che dovrebbe andare in scena tra poco. Su Italo Balbo.
Il governatore della Libia coloniale, solo. Il cuore della questione.
Io incarnerò l’Africa Coloniale, e quindi volevo che le mie intenzioni e il mio ruolo fossero molto chiari e poco fraintendibili. Ma siccome il mio amico aveva delle idee diverse dalle mie, abbiamo dovuto discutere a lungo per arrivare ad un risultato che soddisfacesse entrambi.
Saba deve andare, ha un aereo da prendere. Sta per partire per Torino, dove si esibirà a Terra Madre. Ci salutiamo col rumore di Roma che è un assalto fisico dopo il tempo passato nel ristorante.
Mentre torno verso casa penso a come mi senta stranamente sazio, pur avendo avuto la sensazione di mangiare qualcosa di quasi impalpabile. Forse il trucco della sintesi sta tutto lì. Riuscire ad evitare la gravità di origini diverse senza perderne la forza. E questa conclusione da psicologo di talk show mi soddisfa abbastanza per smettere di filosofeggiare. E realizzare ancora una cosa.
Siamo a Roma, ma Saba suonerà a Torino nel mezzo di una manifestazione legata al cibo. Proprio dove The Street Foodie ha le sue radici. Voilà, l’ultimo equilibrio di oggi.
Sono riuscito a incontrare Saba per un pelo, e soprattutto grazie alla sua disponibilità. Non è sempre facile riuscirci, però c’è il suo sito (sabaanglana.com )che ha un sacco di materiale per conoscerla meglio.
Il ristorante ayurvedico in cui abbiamo mangiato si chiama Bibliothé ed è in Via Celsa 4/5, dietro Piazza Del Gesù.
The Street Foodie torna il primo dicembre, ma non sappiamo ancora con cosa.
L, dove sei? I just wanted to wish you a happy birthday. xo.
Posted by: principessa newyorkese | 11 November 2010 at 05:12 PM
Bene, questo era davvero un bell'articolo. Faccio davvero voluto mettere più commenti qui dentro! Grande!
Posted by: buy essay | 20 January 2012 at 02:53 PM